La zebra

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Tipi di zebra

Parto di una zebra Zebre che si abbeverano Puledro di zebra di Grant Zebra con piccolo Zebra di Grant Zebre durante un combattimentoCoppia di zebre di GrévyTipi di zebra

Fotografata sotto le acacie sullo sfondo del Kilimangiaro, filmata nei più pittoreschi paesaggi africani, la zebra gira il mondo sulle copertine dei libri di zoologia e nei documentari televisivi.
Ma questi cavallucci africani, così vistosi nella loro livrea a strisce, attirano ancor più l'attenzione quando li si vedono accanto agli gnu, come accade quasi sempre nel Serengeti.
La zebra infatti condivide con queste antilopi l'habitat e il pascolo in quasi tutte le savane e le steppe dell'Africa orientale.
Quanto gli gnu hanno, per l'europeo, di strano e di esotico, altrettanto la zebra ha di familiare e attraente.
La forma dei cavalli, i nobili animali che condividono quadri, statue e monumenti con i più insigni rappresentanti della nostra specie è consueta al nostro occhio.
Ma sullo sviluppo del cavallo l'uomo ha avuto una grande influenza, per aver creato con la selezione razze tanto diverse dal modello di base come il «percheron» o il purosangue inglese, il primo eccessivamente massiccio, il secondo troppo magro. Nell'evoluzione della zebra, invece, ha influito solamente la natura.
Come ogni modello naturale, ha qualcosa che avvince: l'armonia, La stessa armonia che riscontriamo nel lupo, se lo confrontiamo con un cane, anche fra i più belli: l'unione delle proporzioni anatomiche che riflettono un perfetto equilibrio di forza, agilità, velocità e resistenza.
Sebbene molto omogenea, come tutti i gruppi zoologici che popolano vaste aree geografiche, la zebra ha visto modificata la sua unità anatomica ed etnica dall'influenza dell'ambiente e del relativo isolamento geografico.
Nella parte settentrionale dell'area di distribuzione delle zebre, nelle aride steppe arbusti ve della Somalia, del nord del Kenya e nel corno d'Africa, troviamo una specie di zebra assai resistente alla sete e al caldo: la zebra di Grévy, adattata a un ambiente predesertico, e forse per questo simile d'aspetto più all'asino che al cavallo.
Nelle savane dell'Africa orientale e del Sudafrica vivono varie razze di zebra più piccole, più equine, dal profilo diritto, che vivono per lo più in branchi.
La graziosa zebra di Grant, che vive nel Kenya settentrionale, nera e bianca, di colori quasi puri, senza strisce intermedie, è una delle varietà più note; come la zebra di Böhm, che si trova nel Serengeti, nel cratere del Ngorongoro e in altri parchi del Kenya meridionale e della Tanzania, e che presenta una lieve ombra marrone fra le strisce scure.
Le specie di zebra che vivono a sud dello Zambesi sono contrassegnate da una striscia intercalare sottile fra le strisce più larghe, le quali tendono più al marrone che al nero.
Ogni zebra equina di savana appartiene a un'unica specie: quella che gli inglesi chiamano zebra di Burchell, e che noi, a scanso di confusioni, chiameremo zebra comune, perché è l'unica che oggi si possa vedere in grande abbondanza e perché non vada confusa con la vera zebra di Burchell (Equus quagga burchelli), sterminata dai boeri e dagli altri coloni del Sudafrica.
Nel Sudafrica sopravvive una specie che la legge protegge per impedirne la totale scomparsa: la zebra di montagna, che ha due varietà, unici resti degli eserciti di zebre che prosperavano nel veld sudafricano prima dell'arrivo dei colonizzatori.
Quando il viaggiatore che percorre il Serengeti pone a confronto la zebra, lustre e armoniose nella loro livrea a strisce bianche e nere, nervose e con i movimenti agili di un buon cavallo da corsa, con i grigi gnu sparuti e sgraziati, occhi e obiettivi fotografici si volgono subito ai cavallini africani.
E così una delle prime constatazioni che si fanno è che, sebbene zebra e gnu si mescolino nella prateria, indubbiamente perché prediligono lo stesso tipo di pascolo, al minimo segno di pericolo Equidi e antilopi fuggono separati, riunendosi in due gruppi omogenei e compatti di animali della stessa specie. L'associazione fra questi due erbivori, zebra e gnu, sembra essere solamente casuale.
Ma sarebbe proficuo studiare il fatto che, come risulta da attente osservazioni delle tecniche di caccia, per leoni e iene la cattura dello gnu è più facile di quella della zebra.
Se questa osservazione venisse confermata, significherebbe che la pressione dei predatori che la zebra deve sopportare, secondo la legge dell'indice di appetibHità, risulterebbe più bassa fin tanto che rimangono frammiste agli gnu.
E' opportuno anticipare che la pressione dei predatori ha cementato le associazioni tanto frequenti e fortunate dei grandi erbivori (zebre, gnu, alcelafi e damalischi) con gli struzzi. Questi uccelli giganti sono dotati di vista eccezionale, e dai loro due metri e più di altezza sorvegliano un'estensione di terreno che li mette al sicuro dall' attacco improvviso di qualsiasi predatore.
Gli erbivori, che ben ne conoscono le reazioni di allarme e di fuga, si uniscono allo struzzo nel momento in cui l'uccello mette in azione il suo sistema di allarme.
Inversamente, quando le acade nane e gli altri arbusti che abbondano in alcune savane e steppe frequentate dagli struzzi nascondono il leone o il leopardo agli occhi del grande uccello, è l'infallibile olfatto degli erbivori che può avvertirne la presenza; in questo caso è lo struzzo che trae profitto dall'allarme e dalla fuga dei Mammiferi.

Il colore della zebra

Esistono animali per i quali risulta utile richiamare l'attenzione degli appartenenti alla loro e anche ad altre specie. Quei due formidabili meccanismi biologici che già conosciamo - le mutazioni e la selezione naturale - hanno dato origine nell'interesse della specie e nel corso di un processo evolutivo di milioni di anni a caratteri (strisce o macchie vistose) che hanno funzione di veri e propri segnali di richiamo. Tali disegni cromatici sono detti fanerici (dal greco fanao: brillare, rilucere). Il petto vistoso del fanello, per esempio, ha il colore rosso scarlatto simile a quello del rosolaccio: ambedue infatti spiccano al margine d'un campo di grano. Il fiore attira gli insetti. L'uccello cerca di rendersi visibile agli altri fanelli maschi della zona perché rispettino il suo territorio. Quando la pianta ha ormai portato a termine la propria impollinazione, e l'uccello l'allevamento dei suoi piccoli, le penne cadono e i petali appassiscono, nan essendovi più necessità di richiamare l'attenzione di nessuno. Esistono invece molti altri esseri viventi che devono passare inosservati, confondersi col paesaggio in modo da non essere visti dai predatori. I colori mimetici, i perfezionati camuffamenti di un nottolone (o succiacapre) o di una lepre, che sul terreno quasi scompaiono alla vista, sono esempi molto significativi dei risultati conseguiti dal processo evolutivo in questa speciale direzione. Il piumaggio variegato del nottolone, il pelame giallo-rossastro della lepre sono caratteri criptici (dal greco cripteyo: nascondere). L'insolita livrea della zebra, vista tante volte in fotografia, al circo, al giardino zoologico, ci è consueta fin da bambini. Forse per questa ragione non si considera subito quanto risulta vistoso il laro aspetto per chi non ha mai vista altro che cavalli, muli e somarelli, dalla livrea più o meno brillante, ma sempre sobria e uniforme. In effetti, dopo lunghi studi, si è giunti a concludere che il curioso disegno cromatico che caratterizza la zebra e le distingue così chiaramente dagli altri Equidi non ha finalità faneriche bensì, al contrario, criptiche. Si ritiene che la livrea a strisce della zebra abbia la funzione do scomporre la sagoma della zebra quando si muove sullo sfondo dell'orizzonte. Il mascheramento con larghe strisce di colori contrastanti applicato alle navi da guerra nell'ultimo conflitto si è rivelato altrettanto pratico. Nelle pianure africane l'atmosfera vibrante dovuta al surriscaldamento della terra contribuisce ancor più a dissolvere la figura a strisce della zebra, a tal punto che, quando si deve fare un censimento di animali, i naturalisti si stancano di contare le zebre molto prima che di contare le antilopi o altri animali i cui colori sono, apparentemente, più criptici. E' evidente che il disegno criptico utile a un animale che, quando compaiono i suoi nemici, resta fermo sul terreno, come la lepre, non può essere identico a quello di un altro animale che rimane invece immobile fra gli arbusti, come il piccolo cudù (Tragelaphus imberbis) o a un altro ancora, come appunto la zebra, che si muove in spazi aperti e si allontana di corsa dal pericolo. E non sarebbe affatto sorprendente, data la grande differenziazione degli adattamenti cromatici, che il colore della zebra risultasse criptico per i nemici e fanerico per i congeneri; poiché per questi animali è altrettanto importante nascondersi agli occhi degli animali predatori quanto rendersi ben visibili ai loro simili.

La struttura sociale della zebra

Il cratere del Ngorongoro è il luogo adatto per lo studio del comportamento degli ungulati dell'Africa orientale, poiché quasi tutta la popolazione animale del grande recinto vulcanico è sedentaria, o compie piccoli spostamenti migratori.
La zebra, che qui appartiene alla razza di zebra di Böhm, è, come dovunque, una delle note più vistose nel panorama della riserva. Nelle prime ore del mattino, file di auto si fermano lungo i corsi d'acqua dove va ad abbeverarsi la zebra, mescolate, come quasi ovunque nell'Africa orientale, alle mandrie di gnu. Per poco esperti che siano gli osservatori, subito notano gli esemplari più grandi e vivaci che lanciano di frequente un curioso richiamo (non si può chiamarlo nitrito, perché somiglia piuttosto a un acuto latrato) e a volte si fermano a zampe tese e si mettono a combattere l'un contro l'altro.
Sono gli stalloni, perfettamente distinguibili dai maschi giovani e dalle femmine per la corporatura e il comportamento. Le cinquemila zebre circa che vivono nel cratere del Ngorongoro non costituiscono, come si potrebbe pensare, un branco disordinato, ma si distribuiscono in gruppi familiari del tutto autonomi, formati da un vecchio maschio e da una a sei femmine, con i piccoli, per un totale di una quindicina di animali al massimo.
Questi raggruppamenti familiari sono molto stabili, ed è raro che gli adulti li abbandonino.
Qualche femmina talora cambia di famiglia e si unisce ad un'altra; altre volte è invece il maschio che se ne va, e viene sostituito da un altro: il che dimostra che i membri del clan familiare non sono tenuti uniti dalla preminenza del maschio, ma formano un'unità stabile anche senza. Gli unici cambiamenti regolari che si manifestano nel gruppo familiare sono quelli dei giovani. Le femmine sono tolte al gruppo da altri maschi all'età di uno o due anni, al momento del calore.
I maschi giovani della zebra abbandonano il gruppo familiare in età fra uno e tre anni, o anche più tardi, per unirsi ad altri maschi della zebra. I maschi della zebra in eccedenza restano soli, o formano gruppi di scapoli fino a una quindicina di capi. A volte, piccoli gruppi di due, tre o quattro maschi costituiscono raggruppamenti stabili.

La riproduzione della zebra

Ogni zebra comune o zebra di Burchell ha, salvo piccole varianti, lo stesso comportamento riproduttivo. In una delle varietà, la zebra di Grant, le femmine raggiungono la maturità sessuale a ventidue mesi.
Le femmine di zebra in calore attirano l'attenzione dei maschi di zebra aprendo ripetutamente la bocca. I maschi, che sono atti alla riproduzione all'età di due anni e mezzo, debbono combattere con gli adulti territoriali, più vecchi di loro, prima dell'accoppiamento. Il volume del ventre delle femmine di zebra non è indice di gravidanza.
Nel parto, l'espulsione dei feti dura sette o otto minuti. Appena nato, il puledrino di zebra pesa da trenta a trentacinque chili, e aumenta rapidamente, toccando i cinquanta chili nel primo mese. Di zampe lunghe e sottili e di corto corpo, il neonato di zebra ha strisce di color marrone chiaro sulla fronte, sulla nuca, sul corpo e sulle anche, e più ,scure sulle zampe e sul collo. Il pelame è lungo da due a tre centimetri, più fitto sulla groppa e sulle cosce, dove arriva a nove centimetri.
Trascorso il primo mese, le strisce marrone si fanno più scure, e l'animale acquista a poco a poco la caratteristica livrea a strisce nere su fondo bianco. Sebbene i puledri di zebra comincino a mordicchiare l'erba già a pochi giorni dalla nascita e pascolino perfettamente prima del quindicesimo giorno, le madri continuano ad allattarli fino al sesto mese, circa, della loro gravidanza successiva. Tenuto conto che di solito c'è un intervallo di un mese fra la nascita del puledro di zebra e il successivo accoppiamento, si può ritenere che i puledri poppano fino all'età di sette mesi.
Nel cratere del Ngorongoro i parti delle zebra avvengono in qualsiasi epoca dell'anno, come nel resto delle regioni orientali ,dell'Africa, sebbene si concentrino per lo più fra ottobre e marzo, con una punta massima in gennaio. In cinquecento femmine di zebra, studiate dal dottor Hans Klingel, che entrarono in calore pochi giorni dopo aver partorito, gli intervalli più brevi fra due parti furono di trecentosettantotto e trecentosettantacinque giorni.
Le osservazioni fatte in alcuni giardini zoologici danno come periodo di gestazione trecentosettantun giorni circa. Calcoli effettuati nello stesso cratere del Ngorongoro indicano che il rapporto tra gli individui dei due sessi nella zebra di Böhm è approssimativamente di 1 : 1.

Studio di un branco misto di zebre

Non è facile rendersi conto di quali siano i meccanismi o i limiti che impediscono a certe specie di zebra di mescolarsi con altre e di avere discendenti. In effetti, mentre esistono specie animali più o meno biologicamente vicine, ma alle quali ogni contatto fisico è stato impedito da barriere geografiche naturali, in alcune regioni africane le zebre di specie diversa, fin da quando l'uomo le conosce, si mescolano insieme a tal punto da formare branchi misti.
La zebra è Ungulate estremamente omogenei; in stato di domesticità l'incrocio fra il cavallo e l'asino si verifica, come si sa, con grande frequenza; l'ibridazione è stata ottenuta sperimentalmente fra la maggior parte degli Equidi, ma nei branchi misti di zebre non avvengono incroci.
Nella pianura del fiume Vaso Nyiro (Kenya settentrionale), si verificano condizioni climatiche particolarmente adatte a consentire la convivenza fra la zebra di Grant e la zebra di Grévy. E anche se la prima è condizionata dalla presenza di acqua molto più che non la seconda, si formano branchi misti di zebre che restano uniti per la maggior parte dell'anno. L'osservazione del comportamento della zebra di questi branchi ha fruttato materiale sufficiente per affermare che, in natura, la zebra, anche se attua la convivenza fra diverse specie, non presenta alcuna tendenza all'ibridismo.
Nella zona studiata, a parte piccoli gruppi più o meno autonomi di zebra di Grant e di zebra di Grévy, si trovavano due grossi branchi, rispettivamente di 160 e 250 capi, dove tre quarti degli esemplari erano zebre di Grévy.
Questi branchi di zebre pascolavano, la mattina, a un miglio o due dal fiume; nelle ore centrali della giornata riposavano all'ombra degli alberi; al tramonto, le zebre, andavano ad abbeverarsi e al cader della notte tornavano dal fiume pascolando lungo il cammino.
Solo piccoli gruppi di zebre rimanevano sempre vicino all'acqua. Per tutto il tempo durante il quale furono compiute le osservazioni, la mandria di 160 zebre risultava composta di 36 esemplari di zebra di Grant e 124 di zebra di Grévy. Gli esemplari della specie meno numerosa avevano l'abitudine di restare raggruppati fra loro; nel branco si potevano osservare due o tre gruppetti di zebre di Grant, formati da circa una dozzina di capi, non molto uniti al pascolo, ma ben riuniti nel tragitto di andata e ritorno dall'abbeverata o quando i! branco doveva darsi alla fuga.
Nel pericolo e nella fuga le due specie di zebra non si separavano, come invece si è visto che accade fra zebra e gnu, ma gli animali della specie meno numerosa si concentravano al centro del branco.
Ciò porta a concludere che i branchi misti, pur non alterando l'indipendenza della specie in rapporto alla riproduzione, hanno una consistenza e una coesione che non possono essere fortuite ma bensì frutto di un processo di adattamento. Nei branchi di zebre gli scontri sono frequenti. Gli stalloni si alzano sulle zampe posteriori, si menano zampate con le anteriori e tentano di mordersi in varie parti del corpo.
Il rituale di tali combattimenti peri! predominio e il territorio risulta complesso: non si tratta infatti di risse brutali, senz'altra norma che l'esplosione della forza bruta, bensì - come si riscontra presso quasi tutti gli animali sociali - di combattimenti più o meno ritualizzati, nei quali cioè determinati atteggiamenti rivelano una certa intenzionalità nelle varie sfumature dalla sfida alla resa incondizionata.
Gli scontri sembrano più frequenti fra le zebre di Grévy, specialmente quando una interrerenza esterna, ad esempio la presenza dei naturalisti. provoca nel branco una tensione psichica.
Gli scontri da mettere in relazione alla presenza di estranei sono dovuti, probabilmente, a due motivi concomitanti: da un lato il movimento àltera momentaneamente la struttura dei gruppi familiari autonomi, per cui gli stalloni cercano di impedire che le loro femmine vadano a finire in altri gruppi; d'altro canto sembra che l'aumento della tendenza aggressiva, già osservato presso molti altri animali, che facilmente degenera in scontri, generalmente non gravi, fra i maschi di zebra del branco, si configuri, di fronte a una presenza estranea, quale una sorta di sfoggio di forza per intimidire il presunto aggressore.
Nonostante tali tensioni i maschi di zebra Grévy non aggrediscono mai quelli di zebra di Grant, né accade il contrario. Evidentemente ogni specie di zebra risolve le liti fra i propri membri, senza dare alcuna importanza ai rappresentanti dell'altra specie, per quanto si riferisce al predominio, al territorio o al sesso.
A metà pomeriggio, quando le zebra, avvolte in nubi di polvere, si dirige al fiume e si affolla sulla sua riva prima di bere, si osservano frequenti tentativi di accoppiamento; ma anche in queste circostanze di autentica promiscuità non si è mai visto uno stallone di zebra di Grévy accoppiarsi con una femmina di zebra di Grant, e nemmeno uno stallone di zebra di Grant accoppiarsi con una femmina di zebra di Grévy.
Tutto sembra indicare che, fra le zebre allo stato selvatico, i maschi non abbiano alcun interesse per le femmine in calore dell'altra specie di zebra. Nonostante l'affinità anatomica che esiste fra tutte le zebre, vi sono indubbiamente specifici caratteri di differenziazione che impediscono l'incrocio, allo stato selvatico.
Può forse tuttavia accadere che una giovane zebra, isolata dagli animali della sua specie e adottata dall'altra, faccia propri i costumi di quest'ultima fino ad arrivare all'accoppiamento interspecifico. Si è infatti ottenuto sperimentalmente che esemplari «estraniati» accettino come compagni sessuali animali di specie molto diversa.
Le osservazioni compiute lungo il fiume Daso Nyiro sono limitate, ma le conclusioni che se ne possono trarre sono accettabili, infatti nell'area dove le due specie di zebra vivono frammiste non si sono mai visti degli ibridi.

Lo sterminio delle zebre sudafricane

Dell'antico splendore zoologico del continente nero non rimangono oggi altre vestigia che quelle dei grandi parchi nazionali dell'Africa orientale.
Ma i racconti dei coloni sudafricani e successivi studi e indagini dei naturalisti sembrano indicare che l'Africa meridionale fosse un autentico paradiso terrestre, per ricchezza della fauna, armonia del paesaggio, mitezza del clima. Quando i famosi coloni boeri, dopo un periodo relativamente breve di insediamento nelle regioni costiere, iniziarono la loro leggendaria penetrazione verso l'interno del veld, incontrarono mandrie sterminate di animali, formate da numerose specie di antilopi e da razze diverde di zebra, nonché branchi di elefanti, di giraffe e imponenti rinoceronti bianchi.
Per quanto possa sembrare incredibile, i coloni dai pesanti carri annientarono in pochi anni una ricchezza naturale che oggi sarebbe uno dei maggiori tesori della terra.
Per millenni, i Boscimani, autentici cacciatori paleolitici, erano vissuti di quella fauna, senza alterarne l'abbondanza né l'equilibrio.
Gli animali selvatici sudafricani e i loro padroni primitivi furono sterminati nello stesso modo spietato: i pochi sopravvissuti degli uni e degli altri si incontrano oggi solo in alcuni parchi nazionali protetti dalla legge. Fra le zebre dell'Africa meridionale esisteva una razza vicina per aspetto più di qualsiasi altra ai cavalli dei conquistatori. Il colore del mantello tendeva al castano, con le estremità più chiare; la "zebratura" era presente soltanto sulla testa, sul collo e sulla parte anteriore del corpo.
Chiamate quagga dagli Ottentotti, queste zebre popolavano in branchi immensi le savane dove i boeri impiantarono le loro fattorie. Una delle testimonianze scientifiche più antiche del massacro dei quagga è dovuta a Edwards e risale al 1758.
Secondo questo autore, la carne della zebra serviva per l'alimentazione dei braccianti ottentotti che lavoravano i campi, e le pelli erano utilizzate per fabbricare sacchi.
Il numero dei quagga era tanto grande, e a tal punto giunse la strage, che fu dato ordine ai cacciatori di ricuperare le pallottole estraendole dal corpo degli animali abbattuti, per il timore che scarseggiassero le munizioni.
Nel 1858 ad Aberdeen venne ammazzato l'ultimo esemplare selvatico della specie, e nel 1793 mori allo zoo di Parigi, uno dei pochi esemplari in cattività.
Seguirono nel 1872 quello dello zoo di Londra e nel 1875 quello di Berlino.
In Africa in quell' epoca era già difficile trovare anche solo una pelle di quagga e nel 1879 si poté constatare che gli esemplari africani erano scomparsi tutti, fino all'ultimo. Restava un unico animale in cattività al giardino zoologico di Amsterdam, che mori nel 1883.
Così in un periodo di tempo relativamente breve, ignoranza e avidità distrussero una razza animale in piena prosperità e perfettamente adattata al proprio biotopo.
Poco tempo dopo venne sterminata implacabilmente, sebbene fosse numerosissima, la vera zebra di Burchell (Equus quagga burchelli), facente parte anch'essa del gruppo delle zebre comuni, e propria della Beciuania e dello Stato libero dell'Orange. L'ultimo esemplare morì in cattività allo zoo di Londra, nei primi anni del nostro secolo. Una razza molto simile (Equus quagga ambiquoninus) sopravvive, in pochi esemplari, allo stato selvatico, nell'estremo ovest dell'Africa sud-occidentale. Le altre due zebre sudafricane, appartenenti a una specie diversa, quella della zebra di montagna - così denominata perché frequenta le montagne dell'estremità meridionale dell'Africa, invece delle pianure predilette dalla zebra comune e dalla zebra di Grévy -, corrono il pericolo di scomparire.
La sottospece più piccola (Equus zebra zebra), molto simile all'asino, è minacciata più gravemente: nel 1965 ne sopravvivevano soltanto 75 esemplari. A quanto sappiamo, non fu mai numerosa. Quando poi gli inglesi si insediarono al Capo, nel 1806, allentando il rigore delle leggi sulla caccia, cominciò l'attività dei cacciatori che portò alla 'quasi totale scomparsa delle già scarse zebra di montagna.
Ne restava un certo numero nelle fattorie di alcune famiglie di boeri, ma la riproduzione in spazi chiusi non ebbe molto successo e l'avvenire della razza fu assicurato solo con l'istituzione, nel 1937, del Parco Nazionale della Zebra di Montagna, nella Provincia del Capo.
Persino allora i primi tentativi fallirono: si dovette infondere sangue fresco e aumentare considerevolmente la superficie del Parco per giungere all'attuale favorevole situazione, con 58 esemplari di zebra che si riproducono normalmente nella riserva.
La zebra di Hartmann, alquanto più grande della precedente, si trova in situazione migliore: circa 7000 esemplari vivono nelle impervie regioni montuose che costituiscono il limite orientale del deserto di Namib, nell'Africa del Sud-Ovest. Sembra tuttavia che il numero di queste zebre sia in diminuzione per l'attività dei cacciatori di frodo e per la concorrenza, nei pascoli, del bestiame domestico.
Nell'Africa orientale, la zebra è scomparsa dalle zone oggi interamente destinate all'agricoltura o all'allevamento del bestiame, ma questi simpatici Equidi sopravvivono numerosi e hanno trovato i loro ultimi sicuri rifugi nei grandi parchi naturali, dove sono insieme una delle più caratteristiche attrattive turistiche e il principale nutrimento, con gli gnu, dei grandi predatori animali delle riserve.
Non è privo di sapore ironico il fatto che la zebra, pur perseguitata dalle iene al momento della nascita, e incalzata da leoni e licaoni per il resto della vita, abbia prosperato e si sia diffusa in tutte o quasi le savane e le steppe d'Africa, fino a quando l'uomo bianco non pose piede nel continente.